Quando si potevano mangiare anche le fragole, e il fordismo prosperava pur se scricchiolando e nella baruffa tra i russi e gli americani a nessuno importava se facevi un po' troppo debito. Poi il fordismo finì e anche le fragole, improvvisamente, divennero immangiabili e i bambini ebbero sempre meno ginocchia sbucciate e sempre più i polsi slogati dalla playstation.
E anche la politica non era più una cosa commestibile, all'improvviso i comunisti erano tutti (o quasi) per la terza via di Giddens, e i destri non erano più fascisti o liberali da “qu'ils mangent de la brioche” ma anonimi burocrati del nulla.
E così per anni e anni di vuota alternanza, finché tutto a un tratto nulla ebbe più senso: la destra e la sinistra politiche erano uguali, il mercato del lavoro era al di là della portata di qualunque sindacato e votare era quasi solo un rito scaramantico.
Poliziotti mancati sposavano modelle altissime, sorelle di neo principesse esibivano culi sporgenti e non mancava mai il pregiudicato al governo, e con questo panem et circenses marcato di indignazione e gossip il vecchio continente si trovò a fare i conti con sé stesso: che pasticcio!
Negli ultimi 20-30 anni la rivoluzione ce l'hanno fatta alle spalle, rendendo la gestione degli Stati sempre più una questione da élite e santificando la supremazia dell'economia sulla politica (ovvero sulla vita e sull'espressione più alta dell'esistenza umana). Il welfare cade sotto i colpi della sua stessa impossibilità di esistere così com'è: altre nazioni hanno fame di lavoro, possono produrre tutto ciò che ci serve a un centesimo del nostro prezzo. E allora?
E allora forse non ha senso attaccarsi ai residui di un mondo che non c'è più. Lo Stato sta annegando e si aggrappa disperatamente ai nostri miseri redditi, ci chiede tanto e offre in cambio nulla, se non la matematica certezza che non è finita qui, non sarà mai finita qui.
Erano altri tempi quando a Salerno si decideva fra cattolici e comunisti (sotto lo sguardo benevolo di USA e URSS) la nascita di una nazione giovane ed entusiasta. Oggi quell'entità non esiste più, frantumata sotto i colpi di un circolo vizioso di cui è colpevole, seppure in parte.
Tutto ciò che può fare il popolo è riprendere la responsabilità di sé stesso, come nel 1945. Allora il nemico aveva la divisa, invadeva, sparava. Ieri era una belva, oggi è un virus; e guarire da questo virus non sarà facile, bisogna combattere dentro sé stessi per rifiutare la tentazione delle rivoluzioni arancioni, dei movimenti eterodiretti con la formula facile, che parlano di democrazia diretta ma in fondo sono poco più di un “mi piace” su Facebook.
Il popolo deve riprendere i propri spazi. Abbattere la miriade di virus del potere che stanno dappertutto, non solo nei palazzi, ma in tutti gli spazi della nostra vita. Comprendere che il futuro è solo suo e nessun Dio né barbuto condottiero può deciderlo al suo posto.
Non basta cambiare la faccia e la forma. Abbattere la proprietà, oggi come allora, è l'unica via.
Omnia sunt communia.
