mercoledì 14 settembre 2011

Quindici settembre

Quando si potevano mangiare anche le fragole, e il fordismo prosperava pur se scricchiolando e nella baruffa tra i russi e gli americani a nessuno importava se facevi un po' troppo debito. Poi il fordismo finì e anche le fragole, improvvisamente, divennero immangiabili e i bambini ebbero sempre meno ginocchia sbucciate e sempre più i polsi slogati dalla playstation.
E anche la politica non era più una cosa commestibile, all'improvviso i comunisti erano tutti (o quasi) per la terza via di Giddens, e i destri non erano più fascisti o liberali da “qu'ils mangent de la brioche” ma anonimi burocrati del nulla.
E così per anni e anni di vuota alternanza, finché tutto a un tratto nulla ebbe più senso: la destra e la sinistra politiche erano uguali, il mercato del lavoro era al di là della portata di qualunque sindacato e votare era quasi solo un rito scaramantico.
Poliziotti mancati sposavano modelle altissime, sorelle di neo principesse esibivano culi sporgenti e non mancava mai il pregiudicato al governo, e con questo panem et circenses marcato di indignazione e gossip il vecchio continente si trovò a fare i conti con sé stesso: che pasticcio!
Negli ultimi 20-30 anni la rivoluzione ce l'hanno fatta alle spalle, rendendo la gestione degli Stati sempre più una questione da élite e santificando la supremazia dell'economia sulla politica (ovvero sulla vita e sull'espressione più alta dell'esistenza umana). Il welfare cade sotto i colpi della sua stessa impossibilità di esistere così com'è: altre nazioni hanno fame di lavoro, possono produrre tutto ciò che ci serve a un centesimo del nostro prezzo. E allora?
E allora forse non ha senso attaccarsi ai residui di un mondo che non c'è più. Lo Stato sta annegando e si aggrappa disperatamente ai nostri miseri redditi, ci chiede tanto e offre in cambio nulla, se non la matematica certezza che non è finita qui, non sarà mai finita qui.
Erano altri tempi quando a Salerno si decideva fra cattolici e comunisti (sotto lo sguardo benevolo di USA e URSS) la nascita di una nazione giovane ed entusiasta. Oggi quell'entità non esiste più, frantumata sotto i colpi di un circolo vizioso di cui è colpevole, seppure in parte.
Tutto ciò che può fare il popolo è riprendere la responsabilità di sé stesso, come nel 1945. Allora il nemico aveva la divisa, invadeva, sparava. Ieri era una belva, oggi è un virus; e guarire da questo virus non sarà facile, bisogna combattere dentro sé stessi per rifiutare la tentazione delle rivoluzioni arancioni, dei movimenti eterodiretti con la formula facile, che parlano di democrazia diretta ma in fondo sono poco più di un “mi piace” su Facebook.
Il popolo deve riprendere i propri spazi. Abbattere la miriade di virus del potere che stanno dappertutto, non solo nei palazzi, ma in tutti gli spazi della nostra vita. Comprendere che il futuro è solo suo e nessun Dio né barbuto condottiero può deciderlo al suo posto.
Non basta cambiare la faccia e la forma. Abbattere la proprietà, oggi come allora, è l'unica via.
Omnia sunt communia.

giovedì 2 giugno 2011

And the riot be the rhyme of the unheard

La Torre di Ischia Ruja (Tresnuraghes), foto tratta da http://www.viaggioinsardegna.it

Secoli fa, si costruivano torri sulle coste per difendere il proprio territorio dagli invasori e dai corsari. Erano nemici sicuramente violenti, dai quali i governanti (altrettanto violenti) dovevano giustamente difendersi. Le torri erano in pietra, solitamente pietra del posto; non emettevano onde elettromagnetiche, non disturbavano pesci e uccelli, si adattavano al paesaggio e se poi dopo decenni crollavano, diventavano semplicemente delle rovine.

Oggi non ci sono più invasori, corsari e briganti: ci sono migranti, persone come noi, che vengono in pace. I governanti invece sono rimasti violenti come prima: e tutti insieme hanno deciso di inventarsi che l'Europa deve diventare una fortezza. Fortress Europe la chiamano, e la difendono con gigantesche navi che girano il mare alla ricerca delle "barchette" dei moderni barbari. Ma non solo: hanno deciso di costruire delle torri nuove, che non sono in pietra, che disturbano gli animali, che non si adattano a nessun paesaggio e che se cadono, diventano ferraglia da eliminare.
Questa Fortress Europe non l'abbiamo decisa noi: ci sono dei tizi nominati da altri soggetti che sono delegati da altri che noi abbiamo dovuto votare in mancanza d'altro. Non ci hanno mai chiesto se abbiamo paura dei pirati, né se volevamo comprare le navi e tantomeno se per difenderci siamo disposti a rinunciare alla nostra terra per uno stupido radar.

Provate ad andare ad Ischia Ruja e ditemi se è un posto di cui ci possiamo privare. Non solo noi sardi, ma tutta l'umanità. Il presidio c'è, è fatto da attivisti e da gente comune che ha deciso di alzare la testa. Bisogna sostenerlo con tutte le nostre possibilità. Come diceva qualcuno, siate capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo.


Antifortressly yours
da&a

martedì 31 maggio 2011

Beppe Grillo

Beppe Grillo, foto tratta da www.albanesi.it
                               
Beppe Grillo è arrabbiato. E si capisce anche perché. Io penso che, indirettamente, anche lui abbia influito nell'instillare una consapevolezza diversa negli elettori, soprattutto, ma non solo, di sinistra, consapevolezza che sta alla base della riscossa civile iniziata ieri. Ma se è destino di tutti i grandi pensatori (da Rousseau a Marx a Sartre) vedere il proprio pensiero volgarizzato e utilizzato per le peggio cose, figuriamoci se non doveva capitare a questo Filo Sganga del terzo millennio.
E così Grillo sbraita, si vede messo in ombra. Non escluderei che la grande maggioranza del suo elettorato abbia poi votato al ballottaggio; le pecore (con rispetto parlando) scappano dal recinto, e Beppe, pastore impaziente e collerico, inveisce contro il cielo.
Non è più un comico: se non altro perché il prezzo del biglietto per un suo spettacolo toglie un bel pò della voglia di ridere.
Non è un politico, anche se ha fondato un partito che non è un partito, del quale è il leader pur non essendone il leader: ça va sans dire.
E' un pensatore? Mah. Normalmente, un intellettuale agisce nella società, non parla da sopra con un megafono. E attenzione, nel post di oggi (l'Italia di Pisapippa) elenca le sue "richieste" al neosindaco di Milano: tutte cose più che giuste ma ciò che sorprende è la modalità, da giudice in terra del bene e del male.
Lo stile di Grillo, in realtà, è semplicemente quello del venditore. O se preferite, del winemaker; cioé quello di una persona che vive del suo carisma, e della sua capacità di convincere tutti che lui e lui solo è capace di portare il bene e il progresso. E questo è tipico della maggior parte dei movimenti politici nascenti, come tipico è anche l'essere "snob", il volersi caratterizzare a tutti i costi come un partito "totale", completo, perfetto. 
Solo il tempo ci dirà cosa verrà fuori dal "movimento cinque stelle". Intanto, l'impressione è che sia sempre più simile ad una nuova "Lega Nord": incazzata, con un mix di ignoranza e grande preparazione politica, carismatica, ma senza valori se non quelli del "fare bene le cose". Una frase che, personalmente, mi terrorizza.


Sincerely yours
d'a&a